CINENAJS: Cinecomics – Fenomenologia del Supereroe di Celluloide (di Simone Mancuso)

Come sai io sono un grande appassionato di fumetti, soprattutto di quelli sui supereroi. Trovo che tutta la filosofia che circonda i supereroi sia affascinante. Prendi il mio supereroe preferito: Superman. Non un grandissimo fumetto, la grafica è mediocre. Ma la filosofia non è soltanto eccelsa, è unica. (…)  L’elemento fondamentale della filosofia dei supereroi è che abbiamo il supereroe ed il suo alterego. Batman è di fatto Bruce Wayne, l’Uomo Ragno è di fatto Peter Parker. Quando quel personaggio si sveglia al mattino è Peter Parker, deve mettersi un costume per diventare l’Uomo Ragno, ed è questa caratteristica che fa di Superman unico del suo genere. Superman non diventa Superman, Superman è nato Superman. Quando Superman si sveglia al mattino è Superman, il suo alterego è Clark Kent. Quella tuta con la grande “S” rossa è la coperta che lo avvolgeva da bambino quando i Kent lo trovarono, sono quelli i suoi vestiti. Quello che indossa come Kent, gli occhiali, l’abito da lavoro… quello è il suo costume. E’ il costume che Superman indossa per mimetizzarsi tra noi. Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? E’ debole, non crede in se stesso ed è un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana(…)

Con queste parole, David Carradine, in Kill Bill vol. 2 (2004), apostrofa una Uma Thurman semi stordita da un dardo narcotizzante prima dello scontro finale. Poche battute che innescano, complice una sceneggiatura potente (marchio di fabbrica dei film di Quentin Tarantino), una profonda critica sociale.

Di recente l’ industria hollywoodiana si è gettata a capofitto nella produzione di quelli che vengono definiti “Cinecomics”, ovvero pellicole basate sui personaggi dei fumetti. Di cui, tanto per cambiare, gli Stati Uniti, detengono il parco più variegato e popoloso. Serialità, merchandising, marketing virale: sempre perché di industria stiamo parlando. Eppure l’esasperata messa in scena degli albi a fumetti non può non rivelare un’escatologia precisa e non può non porre qualche ragionevole interrogativo.

Elementi cardine di questi prodotti sono la semplicità del plot, la prevedibilità e la non originalità della trama, la costruzione fiabesca della struttura filmica attraverso un processo di riscrittura meticoloso e dunque ad altissima “digeribilità”. Il tutto condito da sfarzi scenografici, computer grafica e una star di primissima punta. Sicuramente alcuni titoli del genere lasciano poco spazio ad un’analisi profonda, a più livelli, sia per l’inconsistenza della pellicola che forse anche del personaggio stesso. Ma anche nei casi di B-movie (Flash Gordon, the Phantom, L’Uomo Ombra, Spawn, Catwoman, ed i più recenti Dare Devil , Elektra, Fantastici 4, The Punisher, Ghost Rider, The Green Hornet, Lanterna Verde e The Amazing Spiderman) basati sui comics, ci troviamo dinnanzi ad un vortice, con un pauroso effetto traino, per cui la sussistenza di tali pellicole è demandata alla serialità, alla saturazione visiva imposta dal crescente numero di prodotti del genere.

 

La semplicità della struttura filmica, dicevamo, permette di veicolare messaggi immediati e facilmente decodificabili che hanno spesso una pretesa catartica  (Esopo soleva concludere “La favola insegna che…”) senza età: nell’eterno scontro fra il bene ed il male,  quando infuria la battaglia fra i campioni di ciascuna fazione, il buono (prima o poi) trionfa.

Assioma che, per qualsiasi sceneggiatore, è una panacea.

Ho studiato affondo il fumetto come forma espressiva. (…) Ritengo i fumetti  il nostro ultimo legame con una maniera antica di tramandare la storia… Gli egiziani disegnavano sui muri, c’è ancora nel mondo chi tramanda la conoscenza attraverso forme pittoriche. I fumetti potrebbero essere una forma di storia di cui qualcuno in qualche luogo ha avuto percezione o esperienza. In seguito quell’esperienza e quella storia, stritolate dalla macchina commerciale, sono state rese avvincenti, vivacizzate, trasformate in vignette per la vendita. Questa città ha visto la sua parte di disastri. Ho guardato le conseguenze di quell’incidente aereo, la carneficina di quell’hotel in fiamme. Ho guardato i notiziari per sentire una ben precisa combinazione di parole ma sempre inutilmente. Finchè un giorno ho visto un servizio su un grave incidente ferroviario e le ho sentite: c’è stato un solo superstite ed è rimasto miracolosamente incolume…

Con queste parole, Samuel L. Jackson, spiega (facendo quasi il verso a Todorov) ad un incredulo Bruce Willis, la potenza del fumetto  come forma espressiva universale nell’ Unbreakable- Il Predestinato di           M. Night Shyamalan (2000).

Su questa pellicola tornerò in seguito.

Vero è che, spesso, molti Supereroi risultano complessi, sfaccettati, oscuri tanto quanto o se non di più dei “cattivi” che si apprestano a combattere. Per cui fra una psicosi ed un’altra, il percorso che ci porta a delineare la trama non è sempre così scontato.

Batman, il Cavaliere Oscuro, è il simbolo per eccellenza di questa categoria di eroi. Tim Burton (nell’89 e nel 92) e Christopher Nolan (dal 2005 al 2012) ne esplorano la personalità, il tortuoso labirinto che porta il giovane rampollo Bruce Wayne, testimone inerme dell’omicidio dei genitori, a divenire un vigilante tetro ed implacabile il cui simbolo è un pipistrello nero con le ali spiegate.

Tim Burton disegna attorno al personaggio una sorta di circo degli orrori, estremo, grottesco, bestiale, volontariamente lontano da ogni riferimento con la realtà. Una sorta di dimensione parallela.  Nolan invece lo incastona in una metropoli americana plausibile. In una Gotham ultramoderna sempre più corrotta mentre di giorno (ovviamente brevissimo) crimine organizzato, politica e finanza si intrecciano in una indissolubile rete melmosa di concussione, sangue e violenza, la notte (che sembra sempre senza fine) i suoi oscuri vicoli fatti di acciaio e cemento, si popola di “mostri”.

Nolan dipinge un Bruce Wayne sempre più finto e fiaccato sul cui corpo i lividi e le ferite mal curate sono i segni visibili di un processo di trasformazione irreversibile: una sorta di bestia alata vendicatrice in continua agonia, sempre assetata di una giustizia macabra ed insana. L’unica conclusione a cui la pellicola porta è la seguente: Batman è psicotico tanto quanto i mostri che la sua furia distruttiva crea: è nero come la notte, nero come la giustizia che insegue, nero come il sangue marcio di Gotham, una rete complessa di sensazioni, nervi, muscoli e rabbia che si sposa perfettamente con il “sottotitolo” del manifesto: benvenuti in un mondo senza regole.

Il supereroe implica la presenza della minaccia, il Supercattivo, il villain.

Il paradosso dell’eroe è il legame a doppio filo con il male che si accinge a combattere. Esiste un male che l’uomo comune non può contrastare, non ne ha il potere o la capacità. L’alterego dell’eroe è quasi sempre un debole, mentre il cattivo è oltremodo potente già in abiti civili. Chi ad un certo punto non si è sentito come Peter Parker schiacciato dalla propria inadeguatezza sociale?

Il Cinecomics rappresenta la vera essenza della “sospensione dell’incredulità” che richiede ciascun film, la dinamicità e la spettacolarità delle immagini, bi o tridimensionali, sono un veicolo potente.

Ma man mano che serialità e riscrittura si alternano, emerge una nuova fenomenologia del supereroe. Sempre meno figlio, forse, del senso di giustizia represso e dunque inespresso e sempre più creatura grottesca dal precario equilibrio mentale. Una creatura in cerca di riscatto o di salvezza.

Eccoci dinnanzi dunque a supereroi animati, oltre che dallo scontro con l’antagonista, dalla lotta per la soppressione dei propri poteri percepiti come una sorta di malattia o di deformità da cui guarire. Lo fa il Superman (1979) di Richard Donner e quello di Brian Singer (Superman Returns, 2001), divorati dall’amore per la “terrestre” Lois Lane. Lo fanno i mutanti della Marvel, gli X-Men, il demone rosso Hellboy, cacciatore di propri simili.

Il peso del “Grande Potere” da cui dipendono “Grandi Responsabilità” schiaccia l’eroe sino ad annientarlo, sino al paradosso ed alla morbosità, basti pensare al Gufo Notturno, dei Watchmen (2009) di Zack Snyder vigilante in pensione (per volere di Nixon) che non riesce ad avere un’erezione se non indossando il proprio costume.

I colori vividi delle glorie e dei fasti passati si sbiadiscono, le livree sembrano meno scintillanti, i mantelli forse meno scarlatti ed i Superori della Nuova Hollywood vengono trascinati nel vortice grigio delle crisi monetarie, delle Guerre più o meno fredde: nemici a volte meno definiti ma ugualmente mortali.

La macchina Hollywoodiana ha la tendenza a produrre una serie infinita di Cavalieri Oscuri. Vero è che molto spesso la nascita dell’”eroe” è legata ad episodi traumatici, trascorsi nebulosi, tragedie personali. La tendenza ad esasperare l’eroe sino a far diventare la proprio “sociopatia” il fattore scatenante del suo status, l’unico strumento per rendere in qualche modo appetibile un plot altrimenti tiepido.

Il Cinema è una forza che spesso deforma, il suo processo di distorsione è implacabile e definitivo tanto quanto quello di ridefinizione artistica, di espressione straordinaria.

Il prossimo Man of Steel, ovvero Superman, previsto per il 2013, sesto film tratto dagli albi di Jerry Siegel e Joe Shuster, scritto da Christopher Nolan e diretto da Zack Snyder si preannuncia crepuscolare ed oscuro.

Il teaser presentato a  San Diego durante la Comic-Con di quest’anno non lascia scampo. Anche l’eroe in cappa porpora si prepara a subire una sorta di mutazione in chiave gotica. Un’idea già tratteggiata da Tim Burton, quando, dopo Batman, la Warner Bros. e la DC Comics gli avevano chiesto di pensare ad un nuovo film su l’eroe del pianeta Krypton e Burton, pensando a Nicholas Cage nel ruolo del protagonista, aveva presentato dei bozzetti (realizzati da lui stesso) con un Superman vestito di nero e dal volto pallido.

La Marvel, ora Disney, comprendendo anticipatamente questo “pericolo” risponde nel 2011 con il progetto “Avengers”. Come negli omonimi albi i protagonisti di alcune singole pellicole confluiscono in un unico film tutte collegate da un sotto finale che preannuncia “l’assemble”(Ironman, Capitan America – il primo vendicatore, Thor  ed il reboot L’Incredibile Hulk).

L’intento era creare un mega super fumettone in alta definizione dalla fortissima connotazione autoironica che riportasse tutti sul “Pianeta Terra” e che permettesse agli eroi di carta di riprendersi la propria identità e la propria essenza fondamentale: Super – Eroi.

The Avengers (2011) si prende in giro, gioca con lo spettatore e fa divertire (anche gli attori). Banalizza, ridicolizza e spettacolarizza il genere in maniera evidente. Un film roboante e chiassoso, spregiudicato ed eccessivo, coloratissimo e plastificato quasi un videogioco per console. Mi ha ricordato molto il The Rocketeer (1991) di Joe Johnston (lo stesso regista guarda caso di Capitan America – Il primo Vendicatore), una graphic novel molto cara ai lettori USA e meno conosciuta in Europa, sempre targato Disney.  Un pilota acrobatico di aerei che grazie ad un razzo portatile (praticamente fantascienza negli anni 40) che gli consente, come le ali di Icaro, di volare diventa un eroe della Seconda Guerra Mondiale. La realizzazione del sogno classico per eccellenza, ovvero  quello di librarsi in volo come gli uccelli, diventa la chiave di volta, il super-potere necessario per affrontare i peggiori nemici dell’umanità.

Una vera e propria favola.

Mi piace pensare però che lontano dai costumi, dai mantelli, dai martelli tonanti, dalle armature robotizzate e dalle batmobili M. Night Shyamalan con il suo Unbreakble – Il Predestinato (2000) abbia colto, prima del sottoscritto, il senso di questa lunga dissertazione, scrivendo e girando, forse il più bel film sui supereroi senza utilizzare uno specifico personaggio di questo sterminato universo.

La pellicola di M. Night Shyamalan tocca in maniera trasversale tutto l’immaginario legato ai fumetti plasmando, come un artigiano sapiente, l’archetipo perfetto.

David Dunn, interpretato da un intenso Bruce Willis,  addetto alla sicurezza di uno stadio di Football è l’unico sopravvissuto di un disastro ferroviario. L’uomo viene estratto dalle lamiere perfettamente incolume. Elijah Price, un inquietante Samuel L. Jackson, il proprietario della Limited Edition, una casa d’aste specializzata in fumetti da collezione, contatta David per fornirgli una spiegazione, al limite dell’umana comprensione, al perché egli sia sopravvissuto a quella tragedia:

Ho una malattia chiamata osteogenesi imperfetta, è un disordine genetico. Non produco molto bene un certo tipo di proteina e questo mi provoca una ridotta densità ossea. Ho ossa molto facili da rompere.

Ho subito 54 fratture nella mia vita ed ho la forma più lieve di questo disordine: il Tipo 1. C’è il Tipo 2, il Tipo 3, Il Tipo 4. Quelli che hanno il tipo 4 non durano molto a lungo. E poi all’improvviso mi è venuto in mente: se esiste una persona come me nel mondo, ad una estremità dello spettro, non può esistere qualcun altro  che sia all’opposto di me dall’altra estremità. Uno che non si ammala mai e che non si faccia male come succede a tutti noi. E lui probabilmente neanche ne è consapevole. Il genere di persona che quei racconti descrivevano. Una persona mandata qui a proteggere tutti noi, a difenderci…

David, nel disperato tentativo di salvare il proprio matrimonio ed il rapporto con il figlio Joseph, scoprirà (con una costruzione filmica bellissima) di essere praticamente indistruttibile (unbreakble), immune alle malattie, dotato di una forza straordinaria e di possedere il dono di trovare le persone in pericolo. Un supereroe senza calzamaglia e con reali problemi esistenziali, mescolato e quasi del tutto smarrito nel caos metropolitano. Elijah, l’uomo di vetro, bambino dalla terribile infanzia corrotto nell’anima, fragile come le sue ossa, capirà finalmente, grazie anche a David, qual è il suo ruolo nel mondo (il mondo sbagliato) ovvero: l’antagonista, l’arcinemico, il “villain”, il supercattivo.

Vorrei avviarmi dunque alla conclusione, anche se ci sarebbe ancora tanto da dire e da scrivere sull’argomento (magari in una prossima occasione). E’ evidente come la sinergia fra cinema e fumetti sia assolutamente palese e che l’uno trova nell’altro una sorta di naturale integrazione.

La bidimensionalità, le soluzioni grafiche e le intuizioni dei comics trovano nella dinamicità, nel suono del grande schermo una naturale collocazione, una prospettiva plausibile. Una magia che spesso viene stritolata “dalla macchina commerciale” e dalla concezione più o meno visionaria degli autori che si cimentano con il fumetto, spesso in maniera infruttuosa e con esiti banali ed imbarazzanti, pur trovandosi per le mani materiale prezioso.

Entrambe sono la finestra su un altro mondo, l’anti-mondo o uno dei mondi possibili ed è legittimo che lo siano, come la letteratura o la pittura (con le dovute precauzioni e interpretazioni).

Al di qua dello schermo o al di fuori delle pagine patinate tutto è come deve essere: confuso, caotico, distonico e distorto. Una Gotham City in cui ciascuno di noi è in attesa di qualcuno o qualcosa che ci salvi dal quotidiano grigiore esistenziale. Per dirla con le parole di Elijah Price (Samuel L. Jackson): “Questo non è un fumetto. La vita reale non si lascia imprigionare nel riquadro di una vignetta…