Pittura fresca: dieci opere di CANT – Rivello inaugurazione mostra 8 agosto 2012

LOCANDINA MOSTRAClaudio Cantella nisseno di nascita, fiorentino di formazione, architetto e pittore.
Architetto lo è nella più ampia accezione del termine collegando questa parola con la sua forma verbale: architettare. In questo senso è un progettista, un restauratore di spazi e di forme, un assemblatore di idee, un aggregatore naturale di uomini e cose, un attento osservatore di fenomeni storico-sociali, ma è anche un esteta disincantato, uno scettico idealista.
Molto hanno contato nella sua formazione l’idea di una patria Sicilia con i suoi accesi contrasti, con i suoi colori violenti poi lasciata per la severità armoniosa e misurata di Firenze ed altrettanto la frequentazione di maestri dell’illuminismo progettuale quali Giovanni Michelucci e Richard Rogers così come le lezioni umanistiche di Giorgio La Pira.
È a Firenze intorno agli inizi degli anni Ottanta che Cantella esordisce firmando assieme a Rogers un modernissimo progetto, tutt’ora attuale, per la rivalutazione dell’Arno e del centro storico. Ma è soprattutto il vagabondaggio professionale e intellettuale, dall’America dove incontra e impara collaborando con Craig Ellwood e Vittorio Giorgini del Pratt Institut di Brooklin e dove ha uno scambio critico sull’architettura con personaggi del calibro di John M. Johansen e Paul O. Heyer. all’Europa, a Parigi dove resta iscritto all’Ordre des Architectes de Paris-Ile de France all’Aja, alla Norvegia dove incontra gli studenti della scuola di architettura di Houchang Fathi, a formare la sua sintesi progettuale minimalista ed elegante, ruvidamente schietta e originalmente intelligente. Tuttavia per quanto importante e proficua la professione di architetto e designer non basta a esaurire una fervente creatività. L’ecclettismo caratteriale e la passione per la cultura in tutte le sue forme lo spinge a sperimentare altre vie e tra queste emerge con la prepotenza di una vocazione vera, sin dagli anni giovanili, la pittura.
La pittura di Cantella è fortemente segnata da valori materici e cromatici. Colori piatti, vividi, puri, contrasti netti, forme geometriche assemblate con armonia ed equilibrio, una pittura, che memore dell’impianto architettonico, definisce piani, crea spazi, suggerisce ombre e profondità. Vi si ripetono con voluta ossessività sagome di bicchieri, bottiglie, quadranti di orologi, vele spiegate al vento, tastiere intersecate da giornali, libri spaginati, manifesti, foto, lettere dell’alfabeto, dischi in vinile, strappi di vecchi slogan.
Una pittura libera come è nell’intenzione dell’autore che rifiuta ideologicamente la qualifica di artista perché afferma firmandosi con lo pseudonimo di Cant: “l’arte ha bisogno di tornare alle sue origini primigenie liberandosi dai paludamenti della critica, di riprendersi la sua funzione naturale di sfogo della creatività custodita in ciascuno di noi”.
Se questo è l’assunto formale, le opere di Cantella non sono ingenue espressioni ma nascono da un lungo percorso in cui si sono sommate, filtrate, sedimentate molte esperienze sia culturali a cui l’artista si sente vicino come il Futurismo, la Pop Art e il Cubismo, sia esistenziali fino a giungere a una visione originale in cui tutti i prodotti dello spirito sono intercollegati. È in questa concezione della vita e dell’arte che la pittura di Cantella trova la sua migliore collocazione e comprensione, ma al di là del significato ideologico i suoi quadri piacciono universalmente, piacciono per i loro colori contrasto, per il loro pacato equilibrio, per la sincopata armonia, per quel mondo interiore che comunicano senza imporlo e con cui ciascuno di noi può confrontarsi e dialogare.
I quadri esposti in questa mostra sono stati dipinti in periodi diversi ed esemplificano nella loro diversità lo studio e l’evoluzione di Cant, che da una sorta di horror vacui iniziale trova una silente armonia nella solitudine delle forme e nel contrasto millimetrico del mono colore.
Questi quadri, come tutta l’opera di Cant, benché già noti e apprezzati da collezionisti e critici non sono mai stati ufficialmente esposti al pubblico, seguendo una naturale ritrosia dell’autore. Se Cant si è lasciato irretire dalle insistenze degli organizzatori lo si deve sia a una straordinaria empatia per questo bel borgo sospeso tra cielo e terra, sia alla scelta programmatica di dare attraverso una serie di mostre, di cui questa è la prima, notorietà al NAJS (No Art Just Sign), il movimento da lui fondato.
La mostra qui esposta è semplificativa di cosa voglia dire liberarsi del passato e ritrovare nella sincerità, nella spontaneità del gesto il significato dell’io profondo.
Rita Albera