CINENAJS: Remake, remakers e reboot: il cinema con il replay – parte 1 (di Simone Mancuso)

 

I replicanti nascono come robot perfettamente simili a un originale, l’uomo, di cui migliorano alcune caratteristiche meccaniche, ma poi diventano autonomi dall’originale e anzi a lui preferibili, sotto il profilo estetico e sentimentale.”

Con questa citazione da Philip. K. Dick  (1971) entriamo immediatamente nel vivo del tema di questo secondo articolo: remake e riscrittura filmica.

Il cinema è in grado di compiere ossessive capriole ritornando sempre su se stesso.

Il concetto di remake, di rifacimento, è complesso e meno scontato di quello che può sembrare.

L’industria cinematografica (transoceanica) annuncia continuamente “rifacimenti” e film tratti da materiale letterario (quindi già testo) sfornati  come i croissant del buon Antonio “il mugnaio bianco” Banderas. Basti pensare, ad esempio (e giusto per pescare nel mucchio), all’ultimo Total Recall (2012) remake di Atto di Forza (1990) di Paul Verhoeven (tratto da un racconto breve proprio di Dick) oppure a Il Grinta (2010) dei fratelli Coen e Insomnia (2002) Christopher Nolan.

Spesso rifare però implica “riscrivere” e se di riscrittura si parla significa che ci troviamo di fronte ad un nuovo “testo” (nella sua accezione prettamente semiotica), completamente diverso. Nel corso degli anni si è cercato di  tracciare una certa tassonomia del remake, come se parlassimo di qualcosa da incastonare in una sorta di tavola periodica degli elementi filmici.remake_1

Nel 1984, Gianni Canova, all’interno della pubblicazione Cinema Mutante e Sovversivo (nella rivista Segnocritica n°15) nel suo Film come remake tenta una sorta di classificazione (assolutamente valida e plausibile) che ci aiuterà a comprendere meglio adesso ed in seguito.

Il critico distingue infatti il remake in alcuni sottotipi:

 

a)      Cult-Remake ovvero il meticoloso rifacimento di un film di culto. La messa in scena di un classico.

b)      Remake del Personaggio, la  ripresa della mitologia legata ad un personaggio, ad un archetipo;

c)       Remake-restauro nomenclatura che si riferisce più alla metodologia di realizzazione che ad un vero e proprio rifacimento;

d)      Trans-Remake: ovvero remake di pellicole su cui vengono operate variazioni strutturali come ad esempio all’ambientazione originale;

e)      Remake seriale (sequel, prequel e reboot);

f)       Autoremake: è il remake che fa ciascuno di noi rivivendo lo stesso film in un altro modo, in un altro tempo ed in un altro contesto. I nostri stessi meccanismi di fruizione di un testo filmico sono continui ed involontari remake.

 

A parte l’ultimo tipo di rifacimento, sicuramente più spirituale e cognitivo, la nomenclatura proposta da Canova è solida ed un ottimo punto di partenza per un discorso tecnico e strutturato.

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Gli ultimi anni a seguito della produzione in serie di titoli di successo, quasi tutti concepiti come trilogie, si è assistito al fenomeno del  reboot.

Termine mutuato dal gergo informatico (un disco di boot è un dispositivo che permette ad un PC di ripartire quando il suo funzionamento è compromesso da danni irreversibili) sta ad identificare la “ripartenza” della saga o del film di cui è remake letteralmente annientato. Il fenomeno sta impattando soprattutto sui cinecomics (vedi articolo precedente). E’ successo dunque che l’Hulk (2003) di Ang Lee (complesso ed dalle elucubrazioni orientaleggianti)  sia stato rimpiazzato, nel 2008, da The Incredible Hulk (più commerciale e che ricalca le vicende della mitica serie TV degli anni ‘70 con Lou Ferrigno dipinto di verde solo fino a sopra la cintura). Anche lo Spiderman (2002) di Raimi è stato vittima di reboot con la recentissima versione per teenager The Amazing Spiderman (2012).

I cinecomics, già prodotti serializzati, si prestano a operazioni di questo tipo con molta più agevolezza, lo abbiamo già detto, però è interessante questo effetto di cancellazione: azzerare ciò che è stato concepito come sequenza progressiva e ricominciare come se il passato non esistesse.

Devo necessariamente dedicare qualche riga (per poi sicuramente ritornarci in seguito) allo Psycho (1998)  di Gus Van Sant, cult-remake dello Psycho (1960) del maestro Alfred Hitchock. Un vero e proprio caso, una pellicola che porta il concetto di rifacimento all’estremo.

La pellicola di Van Sant non è celebrativa o semplicemente emulativa: è un’operazione assolutamente complessa e raffinata. Van Sant esplora Hitchcock e ripercorrendo il film del 1960 sequenza per sequenza rinunciando, quasi, ad ogni prerogativa autoriale.

La famosa scena della doccia, ad esempio, viene girata in maniera pedissequa, quasi un ricalco. L’effetto non è sicuramente il medesimo, poiché il pubblico degli anni novanta è più abituato alla crudezza ed all’efferatezza del cinema contemporaneo di genere, ma l’impianto realizzativo è notevole.

È il remake estremo, dicevamo, ovvero quello che non semplicemente si ispira ed ibrida l’originale ma lo imita con fortissima volontà artistica, quasi una dichiarazione di guerra contro i rifacimenti facili (a proposito di questo film vi segnalo il link

http://www.occhiaperti.net/index.phtml/%22//www.emergencyfe.org/http//http/modules/links/lib/modules/thebanner/inc/index.phtml?id=7631).

Gli americani replicano in maniera industriale, il remake si innesta all’interno di una strategia produttiva.

Una replicazione virale infinita per il mercato di massa.

Anche alcune pellicole italiane hanno subito opera di riscrittura e rifacimento Made USA.

Sono operazioni concettualmente e stilisticamente interessanti basti pensare a Scent of a Woman (1992) con Al Pacino, remake del Profumo di Donna (1974) di Dino Risi con il grande Vittorio Gassman. Nel 2009 Robert De Niro, rifà Mastroianni in Everybody’s Fine (Stanno Tutti bene). L’Ultimo Bacio (2001) di Gabriele Muccino diventa nel 2006 The Last Kiss. Nell’88 un giovanissimo Tom Hanks in Big reinterpreta addirittura il Renato Pozzetto di Da Grande (1987) di Franco Amurri.

Ci sono operazioni di “replicazione” poi particolari e più sofisticate.

Ormai è spasmodica l’attesa, anche in Italia, per il Django Unchained (2013) di Quentin Tarantino super polpettone western che si ispira (e riscrive) la saga del pistolero interpretato da Franco Nero negli anni 60. L’attore italiano ha addirittura un cameo all’interno della pellicola.

Alcuni autori addirittura si appropriano di interi universi, di cui sono creatori, per realizzare le loro personalissime saghe che spesso riscrivono episodi precedenti o addirittura si sovrascrivono e sovrappongono a materiale già editato in altre pellicole (spesso anche con degli strafalcioni di sceneggiatura imbarazzanti vedi la saga mutante X-Men).

Lasciamoci con alcuni spunti di riflessione che svilupperemo nelle prossime puntate.

L’uomo cerca di replicare il piacere. Se un’esperienza sensoriale ci ha “sedotto”, ci ha colpito piacevolmente tenderemo a ripetere quell’esperienza un numero indefinito di volte. Quindi, a questo punto, parliamo di una vera e propria estetica del remake. Colto questo punto focale è abbastanza chiaro perché il fascino della duplicazione seriale sia un elemento centrale di una produzione, appunto, industriale come quella cinematografica.

Scopriremo più avanti, o almeno tenteremo insieme, di sviscerare tutte le dinamiche del remake ed a spiegarne e forse prevederne le possibili evoluzioni e le implicazioni artistiche.